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sabato 11 giugno 2011

TRA PRECARIATO E INFERNO vagiti scomposti di "invisibili" alternative


L'inferno dei viventi non qualcosa che sarà;
Ci hanno raccontato che a seconda delle malefatte, delle azioni brutte, ci saremmo ritrovati in qualche girone infernale tra demonio e fuoco. Dopo un breve periodo di senso di colpa abbiamo iniziato ad avere voglia del fuoco. Abbiamo capito però che il vero inferno ce lo propinava quotidianamente chi non voleva farci essere fuoco.
Il fuoco creativo ad esempio. Era infernale nel qui e ora farci ingoiare idee, sogni, mani pruriginose per il desiderio di fare, passioni. O peggio ancora convincerci a venderle a qualche mercante del tempio, guru artistici o letterari a cui sacrificare carne giovane e malleabile.
O peggio del peggio, perché i gironi sono tanti e si inabissano, dimenticare le mani, il cuore pensante, e entrare in maschere precostituite, giacche da indossare in qualche call center, i più sfigati, o venditaRappresentanza di qualsivoglia bene inutile, i mediani, o magari team leader, marketing marchettaro, manager senza borsa, i più aderenti alla giacca.
L'inferno c'è arrivato da ogni lato: da chi ci prometteva la realizzazione meritata da intellettuali quali saremmo diventati presto o meglio tardi, e da chi ci si è offerto come cloaca dell'anima, per illuderci di essere economicamente indipendenti, ma schiavi nel cuore.
se ce n'e’ uno e’ quello che e’ già qui, l'inferno che abitiamo tutti i giorni, che formiamo stando insieme.
Quotidianamente sentiamo dentro le vampe di un inferno che ci logora, ci mangia il fuoco creativo, divora la valigia coi sogni. Cerchiamo appigli, compagni, anime ancora viventi a cui attaccarci, con cui sognare. E anche qua ci viene un dolore in mezzo al petto, perché nell'inferno in cui ci hanno messo viviamo tutti un po' morenti. Ammaccati, delusi, indecisi, impotenti. Lo stare insieme ci consuma invece che darci vita, ci invecchia e il dolore aumenta.

Due modi ci sono per non soffrirne.
Scopriamo allora che qualcosa va fatto. Ci vuole in modo per bruciare invece che farci bruciare. Per ardere, bruciando idee per dargli forme, forgiarle col fuoco sacro delle mani, per alleggerire il dolore, consolare il peso del cuore. Dargli ali per volare seppur ammaccato. Ben presto capiamo che per farlo abbiamo due modi.
Il primo riesce facile a molti: accettare l'inferno e diventarne parte fino al punto di non vederlo più.
Da una parte il volo solipsistico. Il lanciarci in percorsi ardui, fare mille corsi, aumentare il curriculum, iniziare una folle corsa per liberarci dall'inferno impostoci e trovare la nostra personale realizzazione. Mettersi in proprio, impegnarsi a diventare veri esperti di fuoco creativo, intellettuali riconosciuti, cercare gli agganci giusti, presentare a tutti quello che facciamo. Diventiamo un biglietto da visita ambulante, siamo i passi che abbiamo fatto per scrivere quell'ulteriore sofferta riga nel memoriale della nostra vita professionale.
Ben presto ci fondiamo con l'inferno, illudendoci però di aver salvato il nostro fuoco creativo. Ci perdiamo, convinti di esserci trovati, incuranti del fatto che intorno abbiamo un deserto di relazioni, vuoti emotivi non colmati che sfoghiamo in vario modo, una vita quotidiana consumata a panini e pasta scondita. Il mondo inizia ad interessarci solo se ci serve, se è utile a fare un passo in più verso un agognata ascesa di sé stessi. Pochissimi ci riusciranno, arriveranno soli al traguardo, i più si ammaleranno prima.
Il secondo e’ rischioso ed esige attenzione e apprendimento continui:
Dall'altra parte possiamo scegliere di lasciar perdere. Molliamo la presa, tiriamo i remi in barca. Usciamo da una giostra che ci fa vorticare allontanandoci dal centro, da quello che sentiamo, dal famoso fuoco. La fiamma, il respiro. Destrutturiamo tutto: acquisti, macchina, velleità strane, viaggi esotici, orizzonti futuri, buste di plastica.
Ci puliamo e attendiamo. Qui e ora ci guardiamo intorno, vogliamo capire, curiosare, annusare, spalmarci un po' di balsamo sulle ferite per risentire di nuovo l'aria che drizza i peli lì dove la cicatrice ci aveva anestetizzato.
Ci sentiamo su un altalena, sul ciglio del burrone, sentiamo il vento in faccia, ma se guardiamo giù ci vengono ancora le vertigini.
cercare e saper riconoscere chi e che cosa, in mezzo all'inferno, non e’ inferno
Decidiamo allora che oltre a guardare su o giù, possiamo stare sulla soglia guardandoci ai lati e anche dietro. Trovare ogni minutissimo fatto, cosa, persona in cui riconosciamo un barlume di non inferno. Andiamo a cercare sotto la polvere, alla porta del nostro vicino, nell'ultimo cassetto del mobile, quello dimenticato. Ci muniamo di occhi e orecchie nuovi, una specie di radar ci guida lì dove l'energia continua a fluire, dove lo sguardo è ancora luminoso, vivo, denso, non timoroso.
e farlo durare
E ogni volta che troviamo il minimissimo sentore di questo passiamo le giornate a prendercene cura, ad alimentarlo. Buttiamo ponti con la bellezza e ogni giorno non dimentichiamo di attraversarli, uno ad uno, per vedere come stanno.
Ogni giorno preoccupandoci che l'indomani la fiamma sia in condizioni di bruciare ancora.

e dargli spazio.
E' a quel punto che iniziamo ad allargare le maglie. La crepa diventa un po' più grande, nuove energie fluiscono. I fili di fuoco che abbiamo trovato iniziano a brillare di luce propria, offrono calori mai sentiti, colori imprevisti, sorprese quotidiane, incontri inaspettati.

Allora, solo allora, scegliamo una radura, la ripuliamo, costruiamo una geometria di legna adatta a sorreggere e allo stesso tempo far respirare le fiamme. Ancora increduli  ammiriamo che, aldilà di noi stessi, il fuoco vive, è libero di costruire forme, vagiti scomposti di un nuovo modo di stare nell'inferno, non per essere consumati, bensì per ardere con altri.

(pubblicato dal Paese Nuovo del 7 giugno 2011)

mercoledì 13 aprile 2011

Mi chiamo Omar

Resoconto poetico dello spettacolo "Mi chiamo Omar", tratto da un racconto di Omar Suleiman, per la regia di Luisa Guarro, presentato a Lecce al teatro Paisiello il 28 febbraio.


Odori.
Quello delle candele all'entrata del teatro tra caraffe smaltate e foto in bianco nero,
quello della pentola sul fuoco,
fumo che sale da un cantuccio del palco,
odori per descrivere un posto,
un luogo, o forse più d'uno,
la casa anche quando non è più casa
o quando non lo è ancora.
Una lucina flebile pende dal soffitto,
costruisce ombre nel viso di Omar,
l'attore, il protagonista,
raccontatore e raccontato,
che narra cucinando.
Una storia pacata, sotto un albero di ulivo di un villaggio vicino Nablus,
i profumi di un albero che non c'è più,
una casa non più casa
e un'altra non ancora.
Le donne che raccontano:
il coro delle madri e delle figlie
che marcano i momenti di una vita.
Quella di Omar.
La Palestina non c'è a parole,
vive negli odori, nei colori, nelle vesti, nelle musiche
nelle rughe di Omar che gli incorniciano gli occhi
trasformandoli in soli.
Una narrazione, semplice, quasi comune,
un velo in mezzo al palco che separa Omar dai suoi ricordi che prendono vita.
La terra-madre e poi l'esilio, in Italia, a Napoli.
Gli studi, la coscienza di appartenere,
pur non appartenendo del tutto.
Alla fine Omar, il raccontato, prende la parola,
non nasconde che ogni volta è doloroso raccontare,
di ciò che non c'è più.
E' un raccontare i ricordi per dare i contorni al presente.
Omar scende dal palco, si veste,
continua la sua storia nella sala della libreria Ergot mentre con le mani sgrana il cous cous.
Omar
il protagonista, l'attore, il cuciniere,
il viatico verso un piccolo mondo ospitale,
la vita di una persona, mani e mente,
che si donano.
Laddove la scena non basta e i gesti sono necessari.
L'umiltà del raccontarsi e di continuare a farlo
avendo cucinato per un'intera giornata e mettendosi a servire
cibo, storie, s-cene
a un pubblico che ormai non è più pubblico.
Il cibo è impastato, si muove,
entra e attraversa,
la trasmissione è compiuta,
la storia mangiata.

venerdì 18 febbraio 2011

Andata e Ritorno (alias Città in-visibili)



Nessun approdo è tale senza un allontanamento e un ritorno.
Può essere breve ma è il livello di straniamento che conta.
Meglio se il viaggio di ritorno è tormentato, nervoso, imprevedibilmente spossante.
Novembre. Belgio. Un'amica che vive lì come occasione per esplorare un paese che avevo dimenticato nella mia geografia mentale.
A Gent i palazzi del centro sembrano di pasta frolla e cannella. Perfetti, allineati, ti verrebbe quasi voglia di metterci la lingua. Così come le vetrine di dolci, colorate, design alimentare invitante.
Salici che piangono nel lungofiume, foglie grosse e gialle che ridono in mezzo alla strada.
Gent, l'ecologica, la 100% bio, la vegetariana. Più di settanta posti bio descritti in una mappa eco, green che ti accompagna a fare colazione, pranzo, cena, la spesa, la vita sociale.
Mercati bellissimi con merci esposte come fossero dipinti: colori, forme armoniosi, accostati con maestria.
Perfetto,
impeccabile.
Rigido.
Fa freddo a Gent. un freddo completo: vento, pioggia, mani gelate. Quel freddo che rompe le stecche degli ombrelli e ammala le sere. Sole raro che non basta ad asciugare la pioggia che riempie scarpe, cappotto, ossa, ma almeno consola.
Gent dove senza fiammingo non puoi neanche leggere le indicazioni dei lavori in corso,
e per me che le parole disegnano la geografia dei luoghi è un piccolo dramma.
Gent, che non riesci a fiutare, che non dà indizi di sé.
Gent che alle otto di sera le piazze sono vuote e ritrovi la vita dentro ai pub ripieni di fumo e sudore.
Gent inespugnabile dietro alle tendine di pizzo delle case a piano terra.

“Tre ipotesi si danno sugli abitanti di Bauci: che odino la Terra; che la rispettino a tal punto da evitare ogni contatto; che la amino com'era prima di loro e con canocchiali e telescopi puntati in giù non si stanchino di passarla in rassegna, foglia per foglia, sasso a sasso, formica per formica, contemplando affascinati la loro assenza.”

E poi un piccolo inserto a Bruxelles dove l'anima metropolitana spinge ai lati le perfezione, dove si può ritrovare sé stessi guardando Magritte o rovistando alla chiusura del mercato dell'usato in piazza, alla ricerca di chincaglierie da salvare dalla scopa degli spazzini, tra bancarellai rumeni, o forse turchi o maghrebini, anziani con carrelli della spesa carichi, un signore nero seduto su una pila di vestiti da macero che sfoglia placido un'enciclopedia.
E dove il vento che arruffa buste di plastica diventa quasi poetico.
Bruxelles dove il pastis costa poco, Bruxelles un po' francese.
Bruxelles tra piste di skateboard, sottopassaggi pieni di murales e studi di design.
Bruxelles con le salite, attraversata da genti diverse, con gli odori che escono dalle case.

“Anche le città credono d'essere opera della mente o del caso, ma né l'una né l'altro bastano a tener su le loro mura.
D'una città non godi le sette o settantasette meraviglie, ma la risposta che dà a una tua domanda.”


E quando puoi solo balbettare domande senza il tempo di cercare risposte, arriva il ritorno.
L'andarsene ha assunto i contorni di una fuga necessaria, si è insediato caparbio il desiderio di riapprodare a un qualche sud.
Ma tra me e il sud della mente sono apparsi con una velocità disarmante ostacoli imprevedibili: “identità” smarrita, aerei persi, l'italia malefica dei treni, una donna che decide di rendersi invisibile proprio sotto il mio treno, a metà ritorno. Surreale. Questa pipa non è una pipa.
Le carte si mescolano: pensavo di volare e atterrare in poche ore e invece mi hanno costretto a un passaggio lento a raso terra, che ha allungato i tempi, scombinato i piani.
Sono nell'ultimo treno, quello definitivo, poche ore e il ri-approdo si compierà.
L'anima è ancora inquieta, dolorante, in fibrillazione, a cercare nessi, sensi, a balbettare risposte di fronte al groviglio di perchè.
Guardo fuori, mi appare lo spettacolo degli ulivi al tramonto, inchinati dal vento a rendere omaggio a quella terra rossa come la richiede il sud della mente. Tronchi maestosi mi sfilano davanti, umani.
Cerco di guardarli uno ad uno, ma si allontanano, mi rimane nelle mani il desiderio di abbracciarli, immaginarne le storie tra le pieghe del legno e l'incrocio dei rami.
Finalmente arrivo.
Respiro.
La strada a quest'ora emana ancora il calore del giorno.
Posticipo l'arrivo a casa, vado dai miei amici, mi faccio accogliere, ne ho bisogno.
Per la prima mi volta mi portano nella loro terrazza.
Da qui vedo tutta la città, le porte antiche che la proteggono, in lontananza i moderni mulini a vento, sotto intorno e dentro il disegno scomposto dei tetti, le scale che non portano da nessuna parte. Terrazze appese a muri porosi, umidi, anneriti.
Esco, ho voglia di stare fuori, togliermi il cappotto e un po' anche di ballare.
Mi ammalerò poi, ma si sa ogni ri-approdo lascia ferite.
Da lasciare, con calma, asciugare al sole.

“Certo anche a Ipazia verrà il giorno in cui il solo mio desiderio sarà partire. So che non dovrò scendere al porto, ma salire sul pinnacolo più alto della rocca ed aspettare che una nave passi lassù. Passerà mai? Non c'è linguaggio, senza inganno.”


Libri letti da quando sono a sud…
“La mia casa è dove sono” di Igiaba Scego

mercoledì 20 ottobre 2010

Approdo a sud_sei

Nel tentativo di esaurire un luogo leccese

Le giravolte a Lecce sono il luogo di cui non conosco l'estensione, non riesco a possederne le strade.
Ero convinta che fosse quello, quell'accrocchio di vie in cui mi sono persa la prima volta che a Lecce ho lasciato le strade sicure del centro consumato addentrandomi dove non ci sono bar o insegne a rassicurarti, ma solo selciato, balconi, pietra dei muri.
La volta che ho scoperto un teatro romano; quella in cui ho visto una vecchissima Ford bordeaux parcheggiare in un vicolo per far uscire lui, forse il figlio, con camicia nera e catena al collo, e lei, la madre, forse, con la crocchia grigia nei capelli, gli abiti scuri e la sigaretta in bocca.
Oppure la volta che mi sono ritrovata sotto un cielo di quasi tempesta in un piazzetta con panchine e palme, chiusa su tutti i lati, ho letto Conservatorio di sant'Anna e intuito un giardino dietro alla grate di un cancello chiuso. Deserta la piazza-cortile, solo venditori di ombrelli che uscivano e entravano, cercando affari nell'odore di pioggia che saliva dalla strada.
O quando in una mattina di sole settembrino mi sono seduta nell'uscio di una porta attirata dal nome: Piazzetta Arte della stampa. Urla di muratori provenienti dal vicolo e di fronte l'incastro di case basse, pietrose che cullano terrazzini piccoli, giardini appesi, curati nell'intercalare dei colori delle piante. Una delle case all'angolo agghindata con vasi di fiori finti, una malinconica finzione che però stranamente non disturba.
O ancora la mattina in cui seguendo il vociare di un vicolo sono arrivata in Piazzetta Regina Maria ed è stato subito chiaro ai mie occhi che la regina era lei.

Il suo trono è una suntuosa poltrona di pelle rossa, coi braccioli feriti e curati da nastro adesivo nero.
Da vera regina Maria nelle giornate tiepide come questa sposta il suo trono all'esterno, nel cortile antistante la sua casa a pianoterra.
Maria odia i gatti neri e lì scaccia con fare autoritario battendo uno scopettone nel muro del palazzo, per poi tornare dolce e sorniona, viso paffuto e occhi vispi, nel mondo fiorito della sua vestaglia azzurra, chioma riccia, lunga e cotonata, da vera regina.
Essendo sua la proprietà morale della piazza apostrofa Lorenzo e il suo ape della frutta con quel suo dialetto pastoso, grasso.
Quando Lorenzo se ne va col suo catorcio arancione stipato di frutta e sopra al tetto due carrelli del supermercato, saluta Maria, quasi ringraziandola dell'ospitalità.
La regina Maria ha il suo personale garzone, un ragazzotto corpulento col berretto in testa che le porta via la spazzatura; per il resto è una regina moderna che pulisce e cucina da sola e ogni tanto si concede l'ozio sull'uscio. Regina tra casa e piazza.


Sono convinta di entrare nelle giravolte ogni volta che percorro via delle vecchie beccherie, stradina puzzolente, con una luce che s'accende di notte quando passi, stradina che parla quasi sempre lingue "altre", facendo da sfondo perfetto al palazzo arabo, nelle finestre e negli ornamenti, che si intravede oltre il muro. Quella che mi ha fatto incontrare una volta la bambina dai tratti africani bellissima che correva a piedi nudi e dietro di lei uno scorcio di soggiorno con varie ciabatte a penzoloni dal divano. La stessa che dalle donne straniere sedute sull'uscio a parlare mi ha portato, passando per una farfalla che volava con un'ala soltanto, alla melodia incomprensibile, ma intonata di due ragazzi esteticamente filippini seduti sui gradini dell'ennesima casa a pianterreno con una chitarra in mano.

Ma poi qualcuno mi ha detto che stavo sbagliando, che quello non era il vero "cuore" delle giravolte.
Mi hanno indicato un nuovo accesso, quello dopo il convitto palmieri andando verso la stazione.
Ho imboccato quella strada una sera, già notte, e mi sono stupita del fatto che non avevo mai camminato in nessuna di quelle vie.
E' come se fosse impossibile imboccare ogni vicolo in cui si vorrebbe entrare, sia ha la sensazione che le diramazioni siano infinite.
Bisogna correre il rischio di addentrarsi lì dove un balcone, un lampione o un batik steso catturano l'attenzione sapendo che probabilmente non si arriverà da nessuna parte, bisognerà fermarsi e tornare indietro.
Trans, prostitute, albanesi, immigrati arabi, retate della polizia, La Mara, più di una persona racconta la sua versione delle giravolte, con stupore, ammirazione o disagio, come se in quel labirinto di pietra ognuno potesse ritrovarsi, ritrovare i propri fantasmi, le proprie paure, o la voglia di godere del calcinaccio, della crepa più vistosa, delle vite non perfette.
Le giravolte non hanno confine.
Ognuno ne vede il cuore lì dove il suo batte, non importa se di paura o meraviglia.

Libri letti da quando sono a sud…

“La malapianta” di Rina Durante
“La Foto di classe. U uagnon se n'asciot” di Mario Desiati.