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mercoledì 7 marzo 2012

Antidoti al dolore/2....Janub: la piazza a sud


Panchina di Donna


Se ti sale lo scuro dentro anche il primo giorno di primavera del terzo mese dell'anno, quando il sole è quasi scandaloso, chiaro e inequivocabile puoi sederti su una panchina, accanto a Janub.  
Janub è sud in arabo, e questo è sole da sud di pelle legnosa.
Janub è un'idea colorata che attraversa mente, corpo e arriva fiera e onesta nelle mani.
Marmellata molteplice e succosa.
Da febbraio Janub si è fatto cantiere che, fuori dalle retoriche della riqualificazione partecipata, crea dispositivi semplici per ricostruire l'arredo di una piazza marginale della città.
Siamo a Piazza Dante, alla periferia del quartiere San Pio, non ancora Rudiae, due traverse più in là c'è la ferrovia.
Una piazza in un confine, che si muove ora con passi precisi e cadenzati, un ritmo scandito dal lavoro con le mani: impasto, linee sinuose, per ridare movimento a un corpo-piazza stanco.
Il progetto nasce da osservazioni e assemblee con gli abitanti, ha superato ostacoli, perchè ha convogliato i desideri di chi abita con quella piazza accanto ogni giorno: bambini, giovani, famiglie migranti, anziani.
Dai desideri è nato un disegno, una nuova postura e ogni mattina un gruppo variegato di persone impara l'arte della muratura, del mosaico, del ferro battuto, facendo, dando vita a una piazza nuova. Un architettura desiderante.
Le maestranze artigiane con mani callose si mescolano all'occhio colorato dell'artista, al lavoro dei ragazzi e delle ragazze che riscoprono nella fatica fisica il sollievo dalle paranoie della mente.

Ecco, se poi ti siedi nella panchina accanto, oltre la rete porosa del cantiere, ascolti il silenzio del vento che fa sembrare suono il rumore della betoniera per il cemento, della flessibile che taglia.
Se guardi bene poi ti accorgi, che in una di quelle panchine, più o meno ogni giorno, c'è una busta bianca di plastica con un nodo. Ci intravedi dentro un plico di reclàme dei supermercati.
Se aspetti dopo poco, quasi sempre alla stessa ora, vedrai apparire Lele.
Arriva con una giacca marrone e un cappello verde da cacciatore che gli copre gli occhi quasi orientali, spuntano sotto labbra grandi.
Si siede nella sua panchina, ha sottobraccio un'altra reclame. Si mette a gambe incrociate e la sfoglia.
Se per caso mai ti sia sembrata inutile tutta quella carta sprecata per pubblicizzare prodotti per lo più dannosi,  puoi metterti ad osservare Lele che con gesto di cura, ne sfoglia ogni pagina. Ti sembrerà a quel punto il più prezioso dei cimeli cartacei.
Quando i colori finiscono Lele si alza, lascia la busta lì. Tornerà.
Quando lo vedo tornare dal suo giro mi osserva. Prima non c'ero, c'era solo il suo rituale, la panchina, la rèclame.
Ora invece prende la busta e si avvicina alla mia panchina.
Lo guardo, sta fermo in silenzio, mi guarda.
Lo saluto, sorride allora. O meglio espande un sorriso che partendo dalla bocca senza incoerenza di pelle gli arriva alle rughe degli occhi, gli innaffia l'iride. E' un momento, un gesto pronto, di coerente bellezza del viso.
Gli chiedo se vuole sedersi, si, risponde, si siede accanto, nella nostra panchina.
Mi prende la mano, la lascia. Me la appoggia sul ginocchio. Mi imbarazzo, ma lui no, lui è felice.
Mi saluta, si alza e se ne va con la sua preziosa busta in mano.
Mentre si allontana di spalle gli vedo ancora il sorriso da primavera in faccia.
C'è un sole scandalosamente vero, vicinanza, " Gli occhi degli altri sono indispensabili a comprendere un luogo".

Janub è un infra-spazio, è cantiere strano, dove dentro ci sono persone e non pedine lavoranti, dove i ruoli si mescolano in continuazione, dove le panchine nuove, quelle in costruzione, hanno linee femminili, dove la rèclame del supermercato diventa prezioso giornale e dove Lele è abitante che costruisce ogni giorno, con un rituale piccolo e aperto al mondo, un modo speciale di stare.
Urbanismo dei rituali minimi.
Janub, Boh? Oh!



Janub nasce da un'idea di Claudia Mollese, antropologa e Afro Carpenitieri, architetto. Il progetto ARTIGIANUB è vincitore del bando principi attivi 2010.
http://janub.wordpress.com/

sabato 28 gennaio 2012

C'E' FUOCO E FUOCO alle pendici della Fòcara di Novoli.



Vado a Novoli con la luce del primo pomeriggio a vedere l'inizio dei Giorni del Fuoco.
Dalla stazione seguo il flusso delle bancarelle, alcune già pronte, altre in allestimento. Le cose che mi destano interesse sono: le bancarelle con gli attrezzi da ferramenta, i sempre-verdi pesci-rossi, i banchi con tanti pacchi incartati tutti uguali a due euro l'uno che, intelligentemente, vendono il sentimento della sorpresa.
Guardo in alto, cerco la punta della pira. È la prima volta che vengo a  vederla, ma so dai racconti di città che è la più alta d'Europa. Dopo poco dietro la linea continua di Michael Jackson Kebab, Gloria Gaynor Crepe e Panini Alba Chiara, mi sembra di vederne un pezzo. Accelero il passo tra salsicciotti di carne incellofanata, montagne di cipolle sul fuoco e scatole di panini ancora da immolare.
Eccola, mi appare, per un attimo dimentico l'odore di grasso che brucia, mi incanto davanti a questa torta fatta di rami intrecciati. Ci sono scale di legno che la tagliano trasversalmente in cui salgono gli uomini del fuoco a posizionare torcioni e fuochi d'artificio. Mi sembra di aver già visto questa scena in uno di quei libri in bianco e nero con le immagini dei gironi danteschi. La pira è una specie di inferno al contrario, un paradiso del fuoco viscerale. Seguo uno degli artificieri che arriva fino alla punta più alta, sfiora l'icona del santo e arriva alla bandiera. Già il santo, Antonio.
 Mi torna in mente la processione, allora mi allontano dalla pira e vado alla ricerca della chiesa del santo. Nelle vie attigue, già in odore di santità, sfilano i banchi pieni di dolciumi Assenzio. Arrivo giusto in tempo per il viaggio allucinogeno,  la faccia scura del santo sta appena uscendo. Nel piazzale lo spettacolo è tra il ridicolo e il commovente. Mi piacciono le parole del prete tutte dedicate agli animali: quelli salvati dall'arca, quelli amici dell'uomo, gli animali da lavoro. Di tutto questo nei paesi rimangono però solo cani, molti vestiti a festa, come i chierichetti il giorno della comunione, con sciarpe colorate o cappottini maculati, per lo più cani di media taglia, molti di razza. L'unica variazione qualche canarino o pappagallino in gabbia. Mi tornano in mente le parole di Arminio, il paesologo di Terracarne :«Adesso nei paesi è impossibile trovare un uovo fresco. Una volta c'era un maiale davanti ad ogni porta. Adesso gli unici animali che si vedono in giro sono i cani randagi. E la gente non vuole vedere neanche quelli». Ero sicura che a Novoli, nel Salento di terra e sole,  almeno una gallina l'avrei vista a farsi benedire dal santo, e invece nulla, la campagna non c'è e anche la devozione stento a sentirla. Torno alla pira, in cerca di spirito. Assisto a una lite tra due donnone africane con i maschi che cercano di "domarle" e una vecchietta aldilà di una vetrata piena di quadri che fa segno con il dito di fare silenzio e indica la strada. Eccolo, il santo sta per passare attorno alla pira, anche lui sicuramente in cerca di fiamme vive, dopo i cani da cortile. A precederlo una serie di signori in bianco con il mantello porpora e donne in nero con mantelli più scuri e fiaccole in mano. Spicca anche la bandiera d'Italia e quella d'Europa degli scout. Dagli altoparlanti escono litanie a cui quasi nessuno risponde. La processione viene interrotta dall'arrivo di un vecchio signore a bordo di un carretto tutto addobbato e trainato da un cavallino bianco. Subito conquista la scena: fotografi, scout, persino le signore in mantellina; lui non pago della scena scende e attacca la sua radio, nel giro di un secondo la voce di Albano sovrasta i rosari. Il santo passa e sembra non curarsene, ma gli uomini bassi e anziani che lo sorreggono tentennano, si fermano e con pudore riprendono lenti il passo sotto al peso di Antonio, non sarà certo un Albano a fermarli. Sfilano dopo il santo divise varie, rigorosamente maschili, e una banda stanca. La sfilata sfiora la pira e si allontana, il santo lascia il suo alter ego impavido abbarbicato sui rami, incurante del pericolo, una vera icona del fuoco.
Il seguito è tutta un'attesa, attesa che il fuoco arrivi a riscaldare. Nel frattempo trovo il mio personale rifugio nell'unico bar della piazza; con questo freddo e il pergolato di legno mi ricorda una baita di montagna. Lo trovo perfetto, mi siedo sulle sedie di plastica fuori e mi sento attorno al camino che sta per accendersi.
Mi manca la compagnia, ma di lì a poco scoprirò di averle proprio sotto il naso le compagne ideali. In un corteggiamento lento e continuo entro a far parte del gruppo di signore venute apposta in pullman da Brindisi. Inizio cedendo la sedia a una di loro, poi se ne libera un'altra, mi siedo e allora diventiamo ufficialmente un gruppo. Curiosano nel contenuto dei miei bicchieri, a una faccio assaggiare un pochino di tè caldo al rum, gradisce. Ogni tanto entra a far parte del gruppo una ragazza rom che vende calamite colorate appoggiate al retro di una teglia di alluminio. Le signore si perdono ammaliate nella tavolozza di colori e a più riprese si riempiono di polipi, barche e finte padelle con cibo da attaccare al frigo. Le amiche sono tre, ognuna diversa dall'altra: c'è quella burbera che però ogni tanto si scioglie, la signora silenziosa e sempre sorridente e infine lei, la vera calamita. Mi offre un panino con i pomodori secchi buonissimo, dopo un'ora mi racconta la sua storia: è di Ostuni, si è sposata a 49 anni perché prima ha voluto divertirsi, ora è rimasta senza marito, figli non ne ha. Di lì a poco mi lascerà il numero di cellulare, vuole che la vada assolutamente a trovare a Brindisi, dice che ci penserà lei a portarmi in giro e ha pure un letto in cui ospitarmi, due giorni, tre, quanto voglio.
Lei si chiama Stella Cavallo, ha quasi ottant'anni e se non è fuoco quello che la fa ardere non saprei come chiamarlo. E' l'anima giocosa del gruppo, fa ridere tutte; le altre un po' la prendono in giro e un po' le invidiano quel piglio senza paura con cui apostrofa tutto e tutti. «Hai visto quest'anno hanno messo i cavalli?! Ci dovevo essere io lassù, che sono Cavallo». Si lo penso anch'io, altro che santo. Suggelliamo l'apoteosi della nostra sintonia quando la banda di Roy Paci inizia le prove e vedendomi scuotere le spalle, si alza come una molla e inizia a farmi ballare. Lei si muove come una pulcinella di mare, zompetta, alza le mani. «Vedi se c'ero io lassù (nella pira, con i cavalli) a quest'ora volavo, volavo, volavo!».
Tre colpi, un suono di tromba, ci alziamo dalla sedia, Stella è accanto a me, la pira è accerchiata da una gran folla, inizia la danza dei fuochi, gli attacchiamo gli occhi addosso,  mi sembra di sentire il suono delle bocche che si aprono stupefatte: "Mamma mia, ma quest'anno è più bella dell'anno scorso!". Mi meraviglio anch'io, per contagio.
Quando la danza finisce sento che la mia festa del fuoco è finita. Il mio gruppo se ne va, corre a prendere il pullman, saluto Stella abbracciandola. Tenterò di riacquisire ardore con la musica, ma quel fuoco appena accennato che infiamma la punta della torta non riuscirà a riportarmi a quella sensazione.
Ho visto lo spirito del santo e stava dentro agli occhi di fuoco di una donnina ottantenne, mi ha fatto devota in un attimo.
Vola, Stella, Vola!

domenica 8 gennaio 2012

mercoledì 4 gennaio 2012

martedì 3 gennaio 2012